quarta-feira, 30 de janeiro de 2019

O Arsenal do Nobre Ubaldo Invadido Pelos Insurgentes Milaneses Para se Proverem de Armas em 19 de Março de 1848, Milão, Itália (L'Armeria del Nobiluomo Ubaldo Invasa dagli Insorti Milanesi per Provvedersi delle Armi il 19 Marzo 1848) - Carlo Bossoli

O Arsenal do Nobre Ubaldo Invadido Pelos Insurgentes Milaneses Para se Proverem de Armas em 19 de Março de 1848, Milão, Itália (L'Armeria del Nobiluomo Ubaldo Invasa dagli Insorti Milanesi per Provvedersi delle Armi il 19 Marzo 1848) - Carlo Bossoli
Milão - Itália
Museu do Risorgimento Milão
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Episódio dos Cinco Dias, Milão, Itália (Episodio delle Cinque Giornate) - Baldassare Verazzi

Episódio dos Cinco Dias, Milão, Itália (Episodio delle Cinque Giornate) - Baldassare Verazzi
Milão - Itália
Museu do Risorgimento Milão
OST


18-23 marzo 1848
Un’insurrezione a Milano libera la città, allora parte del Regno Lombardo-Veneto, dal dominio austriaco.
L’iniziativa dei milanesi si inserisce nel quadro più ampio dei moti liberal-nazionali europei del 1848-1849, al culmine della tensione con gli occupanti austriaci, che già aveva fatto registrare scontri come quelli avvenuti in occasione dello sciopero del tabacco nel gennaio 1948. La scintilla fu data da una manifestazione pacifica, organizzata il 17 marzo dai cittadini per chiedere maggiore autonomia per Milano e la Lombardia dopo che era giunta la notizia delle dimissioni di Metternich a seguito di un’insurrezione popolare a Vienna. Il giorno successivo la manifestazione si trasformò in un assalto che prese alla sprovvista le unità austriache presenti in città.
I rivoltosi riuscirono a mettere in fuga gli occupanti e istituirono un Governo provvisorio guidato da Gabrio Casati. La minaccia di una controffensiva austriaca e le divisioni interne al Consiglio di guerra portarono alla decisione di richiedere l’intervento militare del Regno di Sardegna: il 23 marzo le truppe piemontesi varcarono il Ticino e mossero verso Milano, dando il via alla Prima guerra di indipendenza.
Tuttavia, la lentezza dell’esercito di Carlo Alberto e i nuovi rinforzi giunti agli austriaci volsero ben presto la situazione a favore di questi ultimi. Sconfitto nella prima battaglia di Custoza, il 5 agosto il Re sabaudo firmò la capitolazione e il giorno seguente gli austriaci rientrarono a Milano.

Esattamente centosettanta anni fa, il 17 marzo 1848 Milano era in subbuglio. Proprio quel giorno erano giunte in città due notizie, l’una più pazzesca dell’altra: i veneziani si erano sollevati contro la guarnigione austriaca guidati da Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, proclamando la nascita della Repubblica di San Marco. La ribellione a sua volta era stata suscitata dalla notizia dei moti di Vienna che avevano portato alle dimissioni dell’ottantenne cancelliere Metternich, regista della Restaurazione post napoleonica al potere da quarant’anni. Tutto l’impero austriaco era in fermento perché anche Boemia e Ungheria si erano sollevate contro il dominio asburgico. Sembrava che tutta l’Europa fosse stata incendiata dalla rivoluzione dopo che il mese precedente a Parigi la folla aveva costretto all’abdicazione re Luigi Filippo.
Si capisce bene come notizie tanto sconvolgenti una volta giunte sotto la Madonnina avessero agitato le autorità austriache e infiammato nel contempo gli animi dei patrioti milanesi che speravano di scrollarsi di dosso il giogo di Vienna. Ma come si presentava Milano a metà del XIX secolo? Tanto per cominciare molto più piccola della metropoli che conosciamo: la città, in quel momento capitale del Lombardo-Veneto, contava circa 200 mila abitanti, stretti nella cerchia delle vecchie mura spagnole e dei navigli.
L’insofferenza al dominio austriaco che, eccezion fatta per la parentesi napoleonica, durava ininterrottamente dal 1714, si era manifestata già verso la fine dell’anno prima, nel 1847: allora i milanesi avevano inscenato un vero e proprio sciopero, astenendosi dal tabacco e dal gioco del lotto, che costituivano due fonti d’entrata importanti per l’amministrazione asburgica. Nel gennaio del 1848 le manifestazioni di ostilità della cittadinanza verso quelli che ormai erano percepiti come gli “austriaci oppressori” erano state brutalmente represse dalla polizia che aveva lasciato sul selciato morti e feriti. Insomma, il rapporto tra governanti e governati era ormai giunto a un punto di rottura.
In questo clima che nonostante la stagione possiamo definire incandescente, il 18 marzo una grande folla si raccolse tra la chiesa di San Carlo, lungo Corsia dei Servi (oggi corso Vittorio Emanuele) e Piazza San Babila. I dimostranti chiedevano a gran voce la fine della repressione poliziesca, la concessione della piena libertà di stampa oltre all’istituzione di una guardia civica. Di fronte a una folla che gridava sempre più forte “Abbasso la polizia! Vogliamo la guardia civica” per tentare di placare gli animi il conte Heinrich O’Donell, vice dell’assente governatore Spaur, fu in pratica costretto a firmare una serie di decreti con i quali veniva incontro alle richieste della cittadinanza ma ormai era troppo tardi: non sappiamo se per iniziativa dei milanesi o a causa dei soldati imperiali che reagirono sparando a qualche provocazione, fatto sta che scoppiarono tafferugli in tutta Milano.
La sollevazione spontanea della città aveva colto di sorpresa il comandante della guarnigione, il maresciallo Radetzky, il quale fu costretto a chiudersi nel Castello Sforzesco, sede del comando cittadino. Da qui fece sparare colpi a salve dai cannoni per chiamare rinforzi.
Per resistere alle forze austriache i milanesi innalzarono nottetempo 1700 barricate, oltre a inviare messaggi agli abitanti della campagna circostante perché accorressero in città a dare manforte alla loro causa. Per cercare di risolvere il problema della carenza di armi gli insorti arrivarono a saccheggiare i persino musei, tra i quali la collezione di armi antiche dell’Uboldo, asportandone spade e alabarde. A conti fatti però, i milanesi disponevano in tutto solamente di quattrocento fucili da caccia, alcune vecchie pistole oltre alle armi bianche. Praticamente bazzecole in confronto alle forze di cui disponeva Radetzky, il quale, pur isolato nel Castello, contava ai suoi ordini circa 14 mila uomini armati fino ai denti oltre a duecento cannoni.
Nonostante l’evidente inferiorità però gli insorti dimostrarono grande tenacia e coraggio sfidando il fuoco dei terribili tiratori croati: “I gioven de Milan/ han cumincia’ la guera/ col fazulet in man” cantavano i ragazzi sulle barricate mentre le pallottole austriache fischiavano tutto intorno a loro. Intanto i bambini dell’orfanotrofio, i piccoli “martinitt” assicuravano i collegamenti fra i vari quartieri fungendo da staffette portaordini.
Per coordinare le azioni di guerriglia fu istituito il giorno 20 marzo un vero e proprio consiglio di guerra composto da Enrico Cernuschi, Giorgio Clerici, Giulio Terzaghi e presieduto da Carlo Cattaneo. Ad esso si contrappose sin dalla sua creazione il governo provvisorio del podestà conte Gabrio Casati, istituito tra il 21 e il 22 marzo.
I combattimenti cessarono il 22 dopo cinque durissimi giorni di scontri che lasciarono sul terreno alcune centinaia di morti per parte. Quel giorno, dopo i falliti assalti alle posizioni austriache di Porta Comasina e di Porta Ticinese fu infine conquistata Porta Tosa (poi non a caso ribattezzata Porta Vittoria). L’azione fu resa possibile grazie a un’intuizione dell’ex ufficiale napoleonico Antonio Carnevali che ideò un ingegnoso sistema di barricate mobili che consentirono ai milanesi di avvicinarsi alle posizioni austriache al riparo dal fuoco nemico.
I milanesi erano così riusciti a spezzare l’assedio consentendo l’ingresso in città alle colonne di volontari provenienti dalla Valtellina e dalla Brianza. A quel punto, per evitare di essere preso fra due fuochi, il maresciallo Radetzky preferì ritirarsi con le sue truppe nel munitissimo “Quadrilatero” formato dalle fortezze di Mantova, Legnago, Peschiera e Verona.
La situazione dell’esercito austriaco in terra italiana si faceva del resto sempre più drammatica: una ad una, seguendo l’esempio di Milano,  tutte le città della Lombardia erano insorte o si stavano preparando a farlo. Altro motivo di preoccupazione per Radetzky era costituito dalla mobilitazione dell’esercito piemontese che con alla testa Re Carlo Alberto di Savoia  si era accampato a Novara e da lì si preparava a marciare su Milano per dar man forte ai patrioti lombardi.
L’intervento piemontese era fortemente sponsorizzato dall’ala moderata del movimento patriottico lombardo, guidato da Casati. I moderati, tutti di estrazione aristocratica e borghese, nutrivano forti sospetti nei confronti delle barricate, sulle quali il grido “morte all’Austria”  si alternava a quello più preoccupante di “morte ai sciuri” (“signori” in milanese). Per costoro solo la vittoria dell’esercito piemontese in una campagna militare avrebbe potuto assicurare la libertà di Milano e della Lombardia. Di diverso avviso era l’elemento mazziniano, rappresentato da personaggi come Luciano Manara e i fratelli Enrico ed Emilio Dandolo, schierati su posizioni repubblicane. Contrario all’intervento sabaudo era anche Carlo Cattaneo, repubblicano di orientamento federalista, per il quale affidare le sorti della Lombardia a un Piemonte da lui ritenuto più arretrato dell’Austria sarebbe equivalso ad un tradimento della rivoluzione.
Tra le varie anime della rivoluzione milanese, prevalse, sempre in contrasto con quella di Cattaneo, la linea di Casati che era poi quella moderata favorevole ad un intervento del re di Sardegna. I piemontesi passarono il Ticino il giorno 23 marzo 1848, dando il via a quella che è ricordata come la prima guerra d’indipendenza italiana. Come poi sia andata a finire è cosa a noi nota fin dai tempi della scuola: l’esercito sabaudo sarà sconfitto pesantemente a Custoza e poi a Novara il che porterà all’abdicazione di Carlo Alberto in favore del figlio Vittorio Emanuele.
La Lombardia tornerà saldamente in mano austriaca ma nonostante il fallimento è ugualmente doveroso ricordare le Cinque Giornate di Milano per un fatto di importanza capitale: Per la prima volta le masse popolari prendevano parte attiva al processo risorgimentale. Sarà però purtroppo anche l’ultima.

Episódio dos Cinco Dias na Piazza S. Alessandro, Milão, Itália (Episodio delle Cinque Giornate in Piazza S. Alessandro) - Carlo Stragliati


Episódio dos Cinco Dias na Piazza S. Alessandro, Milão, Itália (Episodio delle Cinque Giornate in Piazza S. Alessandro) - Carlo Stragliati
Milão - Itália
Museu do Risorgimento Milão
OST

Texto 1:
Il dipinto di Carlo Stragliati evoca con particolare suggestione le Cinque Giornate di Milano, episodio cruciale della vicenda risorgimentale e preludio alla Prima Guerra d’Indipendenza.
Due giovani donne, affacciate ad una finestra, sventolano il Tricolore, incarnando i sentimenti unitari e sottolineando la partecipazione femminile alla rivoluzione.
Mentre le opere di Gerolamo Induno e Carlo Canella sono una fedele cronaca dei feroci combattimenti e delle barricate improvvisate nelle strade della città.
La vittoria degli insorti spinse Carlo Alberto a dichiarare guerra all’Austria.
Anche a Roma, nel novembre 1848, scoppiò una rivolta: i liberali rivendicarono un governo democratico, riforme sociali e l’appoggio militare al Regno di Sardegna contro gli austriaci.
Papa Pio IX, che respinse le richieste, fu costretto ad abbandonare la città; il potere temporale fu temporaneamente sostituito dalla nascente Repubblica Romana, fondata il 9 febbraio 1849 e guidata da Carlo Armellini, Giuseppe Mazzini ed Aurelio Saffi, uniti nel triumvirato.
Giuseppe Garibaldi assunse il comando della difesa di Roma.
Gerolamo Induno, esempio perfetto di soldato-pittore, prese parte alle vicende romane e realizzò una serie di dipinti ritraenti legionari garibaldini, inaugurando così un nuovo filone storico-evocativo che riscosse un grande successo nel panorama artistico ottocentesco.
Nonostante il sacrificio di molti patrioti, tra cui Luciano Manara che sacrificò la sua vita per la libertà, l’esercito francese entrò a Roma il 3 luglio e ristabilì il potere temporale della Chiesa.
Nel frattempo, la battaglia di Novara del 23 marzo 1849 segnò la definitiva sconfitta del Regno di Sardegna: Carlo Alberto fu costretto ad abdicare in favore di suo figlio Vittorio Emanuele, che firmò il trattato di pace il 6 agosto 1849.
La parentesi rivoluzionaria si chiuse e l’Austria rioccupò il Lombardo-Veneto.
Numerose sono le opere a stampa raffiguranti i martiri dell’indipendenza, i protagonisti politici e i soldati che parteciparono alle diverse battaglie risorgimentali, a testimonianza del valore documentario dell’immagine a stampa e del notevole ruolo nella memoria celebrativa e nella formazione di un’identità nazionale.
Una delle testimonianze iconografiche più interessanti delle vicende belliche che videro impegnato l’esercito piemontese nelle principali azioni militari del biennio 1848-1849 è l’album Campagnes de I’Armeé Piemontaise composto da 35 tavole litografiche tratte dai disegni di Stanislao Grimaldi del Poggetto commissionati da Alfonso Ferrero de La Marmora, allora ministro della Guerra.
Texto 2:
Le cinque giornate di Milano furono un'insurrezione armata avvenuta tra il 18 e il 22 marzo 1848 nell'allora capitale del Regno Lombardo-Veneto e che portò alla temporanea liberazione della città dal dominio austriaco.
Fu uno dei moti liberal-nazionali europei del 1848-1849 nonché uno degli episodi della storia risorgimentale italiana del XIX secolo, preludio all'inizio della prima guerra d'indipendenza italiana: la rivolta infatti influenzò le decisioni del re di Sardegna Carlo Alberto che dopo aver a lungo esitato, approfittando della debolezza degli Austriaci in ritirata, dichiarò guerra all'Impero austriaco.
Nel 1848 Milano era capitale del Regno Lombardo-Veneto, parte dell'Impero austriaco. Nella città il malcontento era diffuso da tempo, come dimostrarono nel 1846 le scene di gioia seguite all'elezione al soglio pontificio di papa Pio IX, le cui prime decisioni politiche (come l'introduzione di una maggiore libertà di stampa) sembrarono incarnare una svolta politica e sociale rispetto ai papi precedenti e ai criteri della Restaurazione.
La tensione tra milanesi e austriaci (gli 8.000 soldati della guarnigione austriaca erano agli ordini dell'ottantaduenne generale Josef Radetzky, comandante anche di tutte le truppe austriache nel Lombardo-Veneto) crebbe col passare dei mesi: ogni gesto della parte avversaria veniva interpretato negativamente, come una provocazione se fosse stato aggressivo (come furono molte azioni ordinate dal poliziotto austriaco Luigi Bolza) o come un segno di debolezza se, al contrario, i gesti risultassero di natura pacifica e moderata.
Nel settembre 1847 fece il suo ingresso in città il nuovo arcivescovo Carlo Bartolomeo Romilli, che sostituiva l'austriaco Karl Kajetan von Gaisruck; i festeggiamenti per la nomina di un arcivescovo italiano, con un insistente canto dell'inno a Pio IX, provocarono la reazione della polizia che caricò la folla in piazza Fontana uccidendo un milanese e ferendone altri. Nello stesso periodo gli animi iniziarono ad infiammarsi in seguito all'arrivo di notizie circa i moti di ribellione calabresi e divenne di moda indossare cappelli tronco-conici detti alla calabrese o anche all'Ernani, rifacendosi al protagonista dell'opera di Verdi letta in chiave antiaustriaca.
Nei primi giorni del gennaio 1848, per protestare contro l'amministrazione austriaca, i milanesi decisero di non fumare più, volendo in tal modo colpire l'entrate erariali provenienti dalla tassa sul tabacco. Per tutta risposta il comando austriaco ordinò ai soldati di andare per strada fumando ostentatamente sigari, aggredendo i passanti e forzandoli a fumare. I soldati furono anche provvisti di abbondanti razioni di acquavite e negli alterchi coi cittadini non esitarono ad usare le daghe. Al termine di tre giorni di reazione austriaca allo sciopero si contarono 6 morti e oltre 80 feriti fra i milanesi. Il militare austriaco Karl Schönhals nelle sue memorie riferisce che le prime violenze, che fecero degenerare il clima di tensione dovuto alle minacce che si rivolgevano a chiunque osasse fumare o giocare al lotto, vennero avviate il 3 gennaio dai membri del club gravitante intorno alla Pasticceria Cova. Questi passarono dall'insultare fino all'assalire con le pietre i militari che andavano in giro a fumare i sigari, in particolare i granatieri italiani che ne fumavano allegramente due alla volta. A scontri ultimati, Josef Radetzky ricevette da Gabrio Casati un resoconto in cui si tentava di far passare i cittadini come pacifici e i soldati come provocatori pretendendo che questi ultimi smettessero di fumare per strada, ma il Feldmaresciallo respinse quella pretesa.
La rivolta di Palermo del 12 gennaio e la conseguente decisione del re Ferdinando II di concedere la Costituzione, cui seguirono ai primi di febbraio la promulgazione dello Statuto Albertino e la concessione di costituzioni nel Granducato di Toscana e nello Stato Pontificio, fecero salire a livelli ancora più alti la tensione a Milano. Proseguendo le manifestazioni di malcontento nel vicereame, il 22 febbraio venne promulgata in tutto il Lombardo Veneto la Legge Stataria, che rimuoveva le garanzie per gli imputati ai processi, e secondo l'articolo 10 prescriveva che "non ha luogo né ricorso né supplica di grazia" contro la sentenza del giudice. Tuttavia le manifestazioni proseguirono, e a Radetsky fu impedito di utilizzare le truppe per ripristinare l'ordine a causa dei sanguinosi fatti legati alla repressione dello sciopero del fumo.
I moti del 1848 toccarono anche la stessa Vienna (ove il 15 marzo Ferdinando I firmò una costituzione) e Berlino, lasciando intravedere ai milanesi che era possibile un radicale cambiamento anche nel Regno Lombardo-Veneto. Mentre a Milano si diffondevano le notizie della concessione di alcune riforme nei diversi Stati della penisola, il governatore Spaure il viceré Ranieri Giuseppe si spostarono nella più tranquilla Verona.
I milanesi ostili al dominio austriaco potevano considerarsi suddivisi in tre gruppi, ideologicamente separati per ispirazione politica ed obiettivi perseguiti, ed erano spesso fra loro in disaccordo, mancando in quel momento coordinazione. I tre gruppi si componevano di:
· mazziniani repubblicani, i più rappresentativi dei quali erano Attilio De Luigi, Pietro Maestri, Luciano Manara e Giovanni Cantoni
· democratici riformisti, ostili anche al Regno di Sardegna e a Carlo Alberto, più desiderosi di ampie e profonde riforme che di una rivoluzione; erano fra questi Carlo Cattaneo, Pompeo Litta e Giulio Terzaghi
· nobili e patrizi, aspiranti alla fusione col Piemonte; la figura di maggior rilievo del gruppo era quella del podestà Gabrio Casati.
Venerdì 17 marzo si diffuse in città la notizia delle dimissioni di Metternich a seguito della insurrezione popolare a Vienna. La notizia spinse a decidere di approfittare dell'occasione per organizzare il giorno successivo una grande manifestazione pacifica davanti al palazzo del governatore (nell'attuale Piazza Mercanti) per richiedere alcune concessioni tese a dare maggiore autonomia a Milano e alla Lombardia: abrogazione delle leggi più repressive, libertà di stampa, scioglimento della polizia, deferimento al comune di Milano della responsabilità sull'ordine pubblico e istituzione di una Guardia Civica agli ordini della municipalità.
Il 18 marzo 1848 la manifestazione pacifica ben presto si trasformò in un assalto: O'Donell, rappresentante del governatore Spaur, venne costretto a firmare una serie di concessioni e in tutta Milano cominciarono i combattimenti in strada.
Colto alla sprovvista, Radetzky si rinchiuse con i suoi 8.000 uomini nel Castello Sforzesco (allora poco più che un grande quadrato senza il perimetro esterno demolito da Napoleone e separato dalla città da uno spiazzo vuoto) e ordinò di riprendere il palazzo del governatore sperando anche di catturare in esso i capi della rivolta, che invece si erano trasferiti in una casa di Via Monte Napoleone, motivo per cui fallì anche una retata nella sede dell'arcivescovo. Radetzky comunque non era assediato, poteva infatti muovere i suoi uomini (saliti col tempo a 18.000/20.000) isolando la città dall'esterno; era inoltre in possesso di quasi tutti gli edifici pubblici, delle caserme, degli uffici di polizia e del Duomo, dal cui tetto gli Jäger sparavano ai rivoltosi che capitavano nella loro area di tiro.
La situazione degli Austriaci non era comunque delle migliori. Già il 19 marzo i milanesi avevano allestito circa 1.700 barricate difese anche dalle finestre e dai tetti delle abitazioni, che a volte vennero private dei muri per creare vie di comunicazione più veloci. La scarsità di armi da fuoco portò i milanesi a usare i fucili esposti nei musei e ad assegnarli solo ai tiratori più esperti. Le strade vennero dissestate e cosparse di ferri e vetri per rendere impossibile l'azione della cavalleria. Il 20 marzo Radetzky diede ordine a tutti i distaccamenti sparsi per Milano di trincerarsi nel castello e di mantenere il controllo della cinta muraria permettendo così a Luigi Torelli e Scipione Bagaggia di salire sul Duomo per porre simbolicamente il tricolore italiano sulla guglia della Madonnina.
Il 20 marzo si fondò un consiglio di guerra (per iniziativa di Enrico Cernuschi, Giulio Terzaghi, Giorgio Clerici e Carlo Cattaneo) che prese il comando effettivo delle operazioni e, nella notte tra il 21 e il 22 marzo, nacque il Governo provvisorio presieduto dal podestà Gabrio Casati (il segretario era Cesare Correnti). La resistenza fu organizzata costruendo mongolfiere per poter inviare in tutta sicurezza messaggi fuori le mura; agli astronomi fu detto di sorvegliare il nemico da torri e campanili, gli impiegati del catasto e gli ingegneri vennero consultati per sapere come meglio muoversi in città, e divennero famosi i Martinitt ("piccoli martini", dal nome dell'orfanotrofio in cui vivevano) che funsero da staffette portaordini.
Tra la fine del terzo giorno di lotta e l'inizio del quarto, la situazione era entrata in stallo: le truppe austriache salde sulle loro posizioni (ma senza edifici capaci di ospitare tutti i soldati e consci che la perdita di una sola porta avrebbe vanificato l'assedio) e i milanesi relativamente sicuri per le strade, ma a corto di rifornimenti. Radetzky inviò quindi un'offerta di tregua che divise il Consiglio di guerra tra moderati e democratici.
Casati e i nobili chiedevano ad alta voce l'accettazione dell'armistizio e la chiamata in causa del re di Sardegna Carlo Alberto (con cui già aveva parlamentato il conte Enrico Martini il quale riferì al Consiglio, il 21 marzo, di averne ricevuto una risposta interlocutoria); il sovrano aveva già radunato l'esercito a Novara, pronto a muoversi non appena le personalità milanesi più influenti avessero firmato una petizione che reputava necessaria per giustificare, di fronte alle diplomazie internazionali, l'entrata delle truppe nel Lombardo-Veneto.
A detta dei moderati, l'intervento delle truppe sabaude era necessario per sconfiggere l'esercito austriaco in una vera e propria campagna militare (secondo loro impraticabile dagli inesperti rivoltosi) e per prevenire eventuali degenerazioni rivoluzionarie; alcuni proposero anche che, se il futuro regno fosse stato lombardo-piemontese, il suo baricentro sarebbe stato Milano, a scapito di Torino. Diversa era invece la posizione dei democratici, con in testa Cattaneo: contrari ad ogni petizione e ad ogni armistizio, erano convinti che la rivoluzione avrebbe trionfato anche senza ricevere aiuti; un'alleanza con il Re di Sardegna sarebbe stata possibile solo se in posizione di parità.
Alla fine prevalse il punto di vista dei democratici, l'armistizio fu rifiutato e si tornò a combattere. Il 21 marzo il calzolaio Pasquale Sottocorno riuscì ad incendiare la porta del palazzo del Genio in via Monte di Pietà, permettendo ai milanesi guidati da Luciano Manara, Enrico Dandolo ed Emilio Morosini di impossessarsi della struttura. Durante l'attacco restò ucciso Augusto Anfossi, uno dei capi militari della rivolta.
La mattina del 22 marzo le strade cittadine erano sotto il controllo degli insorti, mentre gli Austriaci controllavano le mura spagnole ed il Castello Sforzesco chiudendo la città in una cerchia; tuttavia nella campagna circostante le strade erano bloccate dalla popolazione in rivolta e agli Austriaci mancava la possibilità di ricevere rifornimenti e rinforzi, perciò Radetzki decise di prepararsi all'abbandono della città, ma conservando le posizioni (per garantirsi una ordinata ritirata delle sue truppe). Gli scontri proseguirono quindi con i milanesi che attaccarono per forzare il blocco e unirsi con gli insorti della campagna; le armi ai rivoltosi ormai non mancavano, grazie a quelle catturate in combattimento e a quelle rinvenute nelle caserme austriache abbandonate.
Un primo attacco fu tentato la mattina contro Porta Comasina, quindi Porta Ticinese, entrambi respinti; ebbe infine successo un terzo assalto a Porta Tosa (in seguito per questo motivo chiamata Porta Vittoria) guidato da Manara. La porta fu conquistata a notte fonda sotto la luce degli incendi che divampavano nelle case adiacenti, la bandiera tricolore fu issata sulle rovine della porta da Francesco Pirovano, un garzone di panetteria di diciassette anni. La conquista di Porta Tosa segnò la vittoria della rivolta.
Porta Tosa comunque fu temporaneamente ripresa dagli Austriaci in quanto da questa posizione iniziava la strada che forzatamente avrebbe dovuto percorrere in ritirata per raggiungere le fortezze del Quadrilatero, seguendo la via dell'Adda. Radetzky, infatti, considerata anche la possibilità di rimanere bloccato tra milanesi e piemontesi, preferì ritirarsi la notte tra il 22 e il 23 marzo 1848 verso il "Quadrilatero" con 19 ostaggi Cristian, serpi.
L'idea vincente per assaltare le posizioni fortificate austriache arrivò da Antonio Carnevali, professore di scuola militare ed ex ufficiale della Guardia di Napoleone nella campagna di Russia, che propose di avvicinarsi usando delle barricate mobili costituite da fascine di tre metri di diametro, bagnate per prevenire incendi, che i milanesi avrebbero dovuto far rotolare davanti a sé per ripararsi dai proiettili austriaci. Nonostante l'ormai certa vittoria sul campo, sul piano politico Cattaneo fu sconfitto al consiglio di guerra, infatti fu spedito a Torino un messaggero che portava la petizione con cui i milanesi chiedevano a Carlo Alberto di entrare in Lombardia. Terminata la battaglia nacque infine l'organo ufficiale del governo provvisorio milanese che, in ricordo di quel giorno, ebbe come nome Il 22 marzo. Il giornale iniziò le sue pubblicazioni il 26 marzo 1848, dalla sede di Palazzo Marino, sotto la direzione di Carlo Tenca.
La sera del 22 i milanesi abbatterono il portone della Scuola militare Teuliè e fecero prigioniero il presidio. I cadetti di origine milanese furono riportati presso le famiglie, mentre la scuola fu chiusa e trasformata in "Scuola di Artiglieria e Genio" sotto la direzione del maggiore Antonio Carnevali. Terminati i combattimenti, il 6 aprile la scacciata degli austriaci fu celebrata con un "Te Deum" solenne celebrato nel Duomo, in prima fila, assieme alle autorità cittadine due posti furono riservati alla patriota Luisa Battistotti Sassi e a Pasquale Sottocorno distintisi nei combattimenti.
Una volta terminati gli scontri, i corpi dei caduti vennero tutti inumati presso la Cripta della Chiesa della Beata Vergine Annunciata, adiacente all'Ospedale Maggiore, dove rimasero fino al 1895. In seguito i resti vennero traslati ed inumati in definitiva in un ossario realizzato sotto il Monumento alle Cinque Giornate.
Il 23 marzo, il giorno successivo alla fine dei combattimenti a Milano, le truppe piemontesi passarono il Ticino dirigendosi verso Milano, dando così inizio alla prima guerra d'indipendenza.
L'esercito piemontese si mosse con estrema lentezza, dando modo agli austriaci di ritirarsi senza rilevanti perdite nel Quadrilatero, sconfitte solo in due piccole battaglie al ponte di Goito (9 aprile) e Pastrengo (30 aprile). Circa un mese dopo, i sardo-piemontesi si impadronirono della fortezza di Peschiera del Garda, per cercare di liberare la quale Radetzky sconfisse i volontari toscani a Curtatone e Montanara, venendo però egli stesso fermato di nuovo a Goito.
L'incapacità di assumere l'iniziativa da parte piemontese diede in ogni caso modo agli austriaci di ricevere rinforzi che gli permisero di riconquistare Vicenza, il 10 giugno, e di riprendere l'offensiva, battendo l'esercito sardo-piemontese in una serie di scontri passati alla storia come prima battaglia di Custoza (22-26 luglio).
Il 10 giugno Carlo Alberto ricevette una delegazione guidata dal podestà di Milano Casati, che recava l'esito trionfale del plebiscito che sanciva l'unione della Lombardia al Regno di Sardegna. La situazione dell'esercito sardo-piemontese era però compromessa e il Re ordinò una ritirata verso l'Adda e Milano, dove i piemontesi vennero accolti da una città fredda e deserta, delusa di aver offerto una vittoria per trovarsi senza colpe in una sconfitta. Il Re, sebbene avesse inizialmente respinto ogni proposta di abbandonare la città, il 4 agosto decise di porre fine alla guerra, scatenando l'ira dei milanesi che si ammassarono attorno alla sua residenza. Questo il resoconto della nobildonna Cristina di Belgioioso, che partecipò attivamente ai moti di Milano (e in seguito prese parte alla difesa della Repubblica romana dai Francesi):
«...Una deputazione della guardia nazionale salì ad interrogare Carlo Alberto sul motivo della capitolazione. Egli negò, ma fu costretto a seguire, suo malgrado, quei deputati al balcone da dove arringò al popolo, scusandosi della sua ignoranza dei veri sentimenti dei Milanesi; e compiacendosi di vederli così pronti alla difesa, promise solennemente di battersi alla loro testa sino all'ultimo sangue. Qualche colpo di fucile partì contro Carlo Alberto. Alle ultime parole del suo discorso, il popolo sdegnato gridò: 'Se è così lacerate la capitolazione'. Il re allora levò di tasca un pezzo di carta, lo tenne in alto affinché il popolo lo vedesse, e poi lo fece a pezzi.»
Nella sera i bersaglieri sgomberarono la folla e scortarono Carlo Alberto fuori dalla città.
Il 5 agosto fu firmata la capitolazione. Il giorno dopo gli austriaci rientrarono a Milano, da dove nel frattempo la maggior parte dei partecipanti alla lotta di liberazione era fuggita. Come nuovo governatore fu posto Felix Schwarzenberg.

Vista do Bacino do Grande Canal Para a Ponta da Aduana, de Campo San Vio, Veneza, Itália (Veduta del Bacino del Canal Grande Verso la Punta della Dogana, da Campo San Vio) - Giovanni Antonio Canal "Canaletto"



Vista do Bacino do Grande Canal Para a Ponta da Aduana, de Campo San Vio, Veneza, Itália (Veduta del Bacino del Canal Grande Verso la Punta della Dogana, da Campo San Vio) - Giovanni Antonio Canal "Canaletto"
Veneza - Itália
Pinacoteca de Brera Milão
OST - 53x70 - 1740/1745


Veduta del Canal Grande verso la Punta della Dogana, da Campo San Ivo è un dipinto di Canaletto che ritrae un angolo di Venezia molto amato dal maestro.

Al centro della veduta, in basso corre il Canal Grande sul quale Canaletto dipinse gondole e piccole imbarcazioni. A sinistra, si intravede la facciata laterale di un palazzo che si affaccia sul Canal Grande. In corrispondenza dell’angolo in basso a destra, sul campo, sono dipinte alcune figure umane. A sinistra, sulla riva opposta del canale si affacciano i grandi palazzi dei nobili veneziani. In fondo, all’orizzonte, si alzano gli alberi delle imbarcazioni lontane. Le abitazioni di Punta della Dogana si fondono in una sottile linea sopra lo specchio d’acqua. Il cielo è ampio e luminoso attraversato da sottili nubi bianche.

Canaletto ritrasse più volte tale angolo di Venezia. L’artista dipinse le varie repliche variando leggermente il punto di vista.

Canaletto utilizzò una pittura molto levigata e distesa per definire al meglio le superfici delle architetture. Anche lo specchio d’acqua della laguna e il cielo sono dipinti con una stesura di colore che fonde i tratti del pennello tra di loro. Le abitazioni, così, assumono un aspetto solido e volumetrico. Invece, le imbarcazioni e i personaggi sono quasi sagome monocromatiche che completano la scenografia cittadina.

La parte superiore del dipinto, il cielo, è dipinta con un blu fresco. Le nuvole bianche contribuiscono, inoltre, a rendere questa parte più leggera perché riflettono la luce solare. La parte inferiore, invece, è occupata dalla veduta dalle architetture con una intonazione più scura e calda. Le architetture sono colorate con ocra, bruni e grigi mentre la superficie del Canal Grande è scura e riflette i colori dell’ambiente rendendoli meno saturi. Le imbarcazioni e i personaggi sono in leggero controluce. Spiccano le camicie bianche dei marinai. Si crea, quindi, un forte contrasto di luminosità tra la linea superiore che delimita la città e il cielo. La fonte luminosa, il sole, non si vede ed è al di fuori dell’inquadratura del dipinto. La luce, proviene dall’alto e verso il fondo. In questo modo le figure in posizione frontale risultano in controluce.

Canaletto disegnò la Veduta del Canal Grande verso la Punta della Dogana, da campo San Ivo con una rigorosa tecnica prospettica. A sinistra, le facciate dei palazzi sono disegnate con una prospettiva che converge verso il centro. La stessa prospettiva ma molto più scorciata si ritrova nelle facciate di destra. I personaggi che si trovano sul campo e le gondole in primo piano creano una fuga di grandezze lungo il fondo del canale. Infine, le piccole abitazioni di Punta della Dogana costituiscono un punto di riferimento per valutare la profondità della scena.

La veduta dipinta da Canaletto presenta un formato orizzontale. La città occupa poco meno della metà del dipinto e gli edifici laterali, soprattutto verso destra, arrivano fin quasi al bordo superiore dell’opera. In primo piano sono rappresentate le gondole che si avvicinano al campo San Ivo. La veduta, si sviluppa poi in profondità lungo la prospettiva che conduce in fondo verso Punta della Dogana. L’inquadratura mette al centro il Canal Grande affiancato dalla fuga delle architetture mentre a sinistra e a destra le facciate laterali dei palazzi sono tagliate per dare maggior risalto al canale.

La composizione è sviluppata in obliquo e si nota tale scelta, soprattutto, alla base degli edifici di sinistra. Anche la fuga di grandezza delle dimensioni delle gondole corre parallela lungo questa obliqua, verso Punta della Dogana. Le barche e le gondole che si muovono sulla laguna sembrano avvicinarsi a Campo San Ivo, sulla destra del dipinto. La scelta prospettica con la quale Canaletto dipinse la veduta rende l’immagine molto dinamica e lo sguardo è portato a correre in profondità grazie alle fughe molto spinte, soprattutto a destra, delle facciate dei palazzi.

Vista do Bacino de São Marcos da Ponta da Aduana, Veneza, Itália (Veduta del Bacino di San Marco dalla Punta della Dogana) - Giovanni Antonio Canal "Canaletto"



Vista do Bacino de São Marcos da Ponta da Aduana, Veneza, Itália (Veduta del Bacino di San Marco dalla Punta della Dogana) - Giovanni Antonio Canal "Canaletto"
Veneza - Itália
Pinacoteca de Brera Milão
OST - 53x70 - 1740/1745


Nel dipinto, Canaletto dipinge i palazzi e le chiese di Venezia che si riflettono sull’acqua della laguna. A destra del quadro, è ben visibile il Palazzo Ducale. Dietro di esso, si scorge, poi, la cupola della Basilica di San Marco e una parte di essa. Verso sinistra, si nota, invece, l’alta colonna con la statua di S. Teodoro e, infine, il campanile della Basilica di San Marco. I palazzi che si affacciano sulla laguna si allineano e continuano oltre il bordo sinistro. In primo piano alcune gondole traversano il bacino di San Marco. Sopra di esse, i gondolieri, in piedi, conducono l’imbarcazione mentre altri uomini sono seduti più in basso. Il cielo è terso tranne qualche nube bianca che fa da sfondo agli alti edifici.

L’atmosfera che si coglie nel dipinto di Canaletto è sospesa. Venezia sembra immersa in una luce brillante e senza tempo. La Veduta del bacino di San Marco dalla punta della Dogana, come altre opere di Canaletto, contribuì a diffondere il mito della città in Europa. Nel dipinto, Venezia è rappresentata come una città ricca e tranquilla. La città, grazie al suo paesaggio disteso sulla laguna, fu, infatti, il soggetto ideale delle vedute. Canaletto divenne famoso in tutta Europa e fu considerato un maestro del vedutismo.

Canaletto disegnò la Veduta del bacino di San Marco dalla punta della Dogana facendo uso della camera ottica. Grazie a tale strumento, il maestro veneziano riusciva a tracciare dal vero le linee prospettiche degli edifici. Successivamente, in studio, Canaletto riprendeva le composizioni con squadre e compassi. L’artista utilizzò una stesura meticolosa e accurata del colore ad olio sulla tela per creare superfici uniformi e dettagliate. Le architetture sono rese con volumi solidi e geometrici. I personaggi, invece, sono rappresentati con pennellate più veloci e paiono, quasi, dettagli pittoreschi che animano la città.

La parte superiore del dipinto, occupata dal cielo ha una intonazione fredda ed è colorata con azzurro e blu, più intenso verso l’alto. Un terzo del dipinto, in basso, è destinato alla veduta vera e propria. In questa zona prevalgono colori caldi e scuri. Le architetture sono colorate in ocra e marrone mentre la laguna assume una colorazione scura che la trasforma in uno specchio. Il blu è molto profondo, virato verso il grigio con sfumature di verde. I colori delle architetture e del cielo si riflettono sullo specchio d’acqua con tonalità, però, più scure. Le imbarcazioni sono in controluce. Invece, al centro della laguna spiccano le macchie bianche degli abiti dei marinai. Il cielo azzurro crea un contrasto di complementarietà, seppur debole, con l’ocra-arancio delle architetture.

Canaletto utilizzò, secondo la tradizione, la camera ottica per tracciare rigorosamente le linee prospettiche delle architetture rappresentate. La città di Venezia, quindi, è rappresentata attraverso una rigorosa prospettiva lineare. In primo piano, sulla laguna, le imbarcazioni, attraverso la loro progressiva diminuzione verso la piazza, creano il senso di profondità.

Il formato della veduta dipinta da Canaletto è orizzontale. Non è, comunque, panoramico ma di un formato che si avvicina al rettangolo aureo. Il soggetto, le architetture che si affacciano sulla laguna, occupa l’intera superficie del dipinto in larghezza e continua oltre i bordi. Anche le imbarcazioni in primo piano sono tagliate a destra e a sinistra. Questa scelta compositiva imprime un effetto di movimento. Pare che le in piccole imbarcazioni scivolino in entrata e in uscita rispetto all’inquadratura.
In primo piano, le gondole galleggiano sulla laguna. In secondo piano, vi sono le grandi costruzioni che si affacciano sullo specchio d’acqua. Al centro, in corrispondenza di Piazza San Marco la prospettiva si allontana e sono visibili gli edifici più lontani. Il punto di vista è di qualche metro sopra il livello dell’acqua. Infatti, le imbarcazioni più basse ritratte da Canaletto sono rappresentate dall’alto.
La composizione è leggermente obliqua e sale da sinistra verso destra. Questo elemento permette di creare una maggiore impressione di profondità e dinamicità dell’immagine. Si somma, infatti, alla fuga delle linee prospettiche verso destra che si nota sulla facciata di Palazzo Ducale. Le imbarcazioni creano, con il loro spostarsi verso destra una direttrice di movimento verso questa direzione.


Il bacino San Marco (o bacino di San Marco) è lo spazio acqueo della laguna veneziana antistante piazza San Marco, compreso tra i canali del Lidodella Giudecca e il Canal Grande: vi si affacciano, oltre al molo della Piazzetta (con la mole di Palazzo Ducale, le colonne di San Marco e San Todaro e le facciate della Biblioteca nazionale Marciana), la riva degli Schiavoni (con la severa facciata delle Prigioni), l'isola di San Giorgio Maggiore (con la basilica e il monastero) e la punta della Dogana, con la sua Palla d'Oro.

Il bacino, con un fondale massimo di circa 12 m, è regolarmente attraversato dalle grandi navi in entrata e in uscita dal porto; al centro, due grandi boe d'ormeggio sono riservare all'attracco d'onore, specialmente per il naviglio militare.

terça-feira, 29 de janeiro de 2019

Pico do Jaraguá, São Paulo, Brasil - Alfred Usteri





Pico do Jaraguá, São Paulo, Brasil - Alfred Usteri
São Paulo - SP
Faz parte do livro "Flora der Umgebung der Stadt São Paulo" , Autor Alfred Usteri, Publicado em 1911 na Alemanha.
Fotografia

Rio Pinheiros, São Paulo, Brasil - Alfred Usteri





Rio Pinheiros, São Paulo, Brasil - Alfred Usteri
São Paulo - SP
Faz parte do livro "Flora der Umgebung der Stadt São Paulo" , Autor Alfred Usteri, Publicado em 1911 na Alemanha.
Fotografia